Un gesto preciso

Un gesto preciso
Un gesto preciso, veloce, potente, che fende l’aria.
Una stanza, che i buddhisti potrebbero vedere piena o vuota con egual meraviglia.
Shiki soku ze ku, ku soku ze shiki, la forma è vuoto, il vuoto è forma.
Un istante e la vita sta lì, concentrata in un urlo che accompagna la contrazione muscolare, nell’energia che vibra e brucia più del bianco immacolato del kimono. Il kata, la forma, si compie. E in quell’istante, nel gesto perfetto che fonde vuoto e forma, si realizza il paradosso: non nel buio, ma in un lampo di luce la vita scompare.
6 agosto 1945. Hiroshima. Ore 8:15.
Il cielo si apre come una palpebra infuocata e il mondo rimane senza respiro.
Circa 140.000 esseri umani muoiono all’istante, dissolti in polvere, in cenere, in ombra.
Altri 80.000 seguiranno, in giorni che non sono più giorni, ma lenti supplizi.
9 agosto 1945. Nagasaki. Ore 11:02.
Una seconda ferita nella carne già devastata dell’umanità.
Ancora 80.000 morti in un battito d’ali che è invece urlo, schianto, silenzio.
Altri 75.000 scompaiono nei mesi successivi, come fiato che si spegne contro un vetro.
Il meraviglioso ingegno umano utilizzato per realizzare l’Arma di distruzione della follia dell’uomo, affinché l’uomo potesse continuare a essere Uomo.
Ma quale civiltà può sopravvivere all’ombra proiettata da sé stessa?
Little Boy. Fat Man. Nomi puerili per armi apocalittiche. Nomi di scherno per mettere in ginocchio il secolare e altezzoso Impero del Sol levante, la terza lama di acciaio di quel Patto nato dalla follia nazifascista.
E oggi, ottant’anni dopo, l’eco di quell’esplosione vibra ancora tra gli scranni del potere, più che come demone ammonitore come sirena a cui non riuscire a resistere. Abbiamo oggi bisogno di un nuovo Ulisse? Di nuove donne e uomini che si legano alla vita, alla dignità, alla libertà per non essere risucchiati dalla folle ebrezza dell’autodistruzione?
Historia magistra vitae.
Ma che cosa abbiamo imparato?
Che il fuoco non purifica. Che il silenzio dei morti pesa più di mille proclami.
Che l’intelligenza, naturale o artificiale, senza compassione, è solo un’arma più affilata.
Che l’ombra proiettata dalla luce accecante di una bomba può oscurare l’intera civiltà.
Non chiediamoci se potrà accadere ancora. Chiediamoci piuttosto: che cosa ci impedirà di ripetere lo stesso gesto, con la stessa precisione, con la stessa potenza, in una nuova stanza vuota?
Una stanza, la nostra esistenza, vuota di valori, piena di odio e illusioni.
Forse solo la memoria ci potrà salvare.
Forse solo la voce del vuoto che dice: non dimenticare.
La forma è vuoto. Il vuoto è forma.
E la vita, fragile, irripetibile, come un germoglio nella neve, sta tutta lì, nell’attimo prima che la luce dell’intelletto si spenga.
E noi, con un gesto preciso, dobbiamo dire basta a tutto ciò, ogni giorno, in ogni modo, basta alla guerra, alle guerre, ad ogni violenza fisica, psicologica, di genere, di religione, di credo, palese o subdola che sia.
Un gesto preciso: diciamo basta alla guerra!
06.08.2025
Luca Lestingi



Bravissimo!Con eleganza e poesia hai rievocato una delle peggiori atrocità commesse nella storia umana.
Serve per ricordare e temere la nostra stessa natura…e cercare di contenere questi impulsi distruttivi,ma come?
Grazie di voler confermare il ricordo e la memoria molto in pericolo.
BASTA ALLA GUERRA ! Tutta la mia vita è stata improntata a questo pensiero , ho 81 anni e mi dispero al pensiero che nessun governante del mondo riuscirà a fare in modo che tutti gli uomini che vengono al mondo possano vivere con dignità e senza nessuna GUERRA!!! Troppo bello per essere vero 😡😡😡😡😡😡😡😡😡
Leda che dire… disperazione condivisa…
Claudia grazie! Assolutamente d’accordo, dovremmo dedicare più energie e più tempo a investigare la nostra natura, invece siamo travolti da un sistema che sposta il ns baricentro altrove… un abbraccio